LA GUERRA È FINITA

 


Questa stupida frenesia di seguire le diete più in voga ha preso piede dopo la metà del secolo scorso. Fino ad allora c’era poco da “dietare”. La carne era un miraggio (si parla di 15-20 chili pro-capite all’anno) che si materializzava solo nei periodi festivi. Il deficit proteico, particolarmente evidente al Sud e soprattutto fra i contadini, era uno dei principali responsabili dell’aspetto emaciato, dell’invecchiamento precoce e di quella debolezza cronica che poneva in una condizione di scarsa attitudine al lavoro. Da ciò potrebbe essere dipesa anche quell’indolenza tipica delle popolazioni meridionali e interpretata come carenza di volontà (1, 2). E questa debolezza spingeva verso un maggior consumo d’alcol, che in tali condizioni diventava un eccitante quasi inevitabile (3).


I soggetti troppo magri erano ritenuti potenziali anemici. Per loro fu pensata la pubblicità della Ferro China Bisleri, del Fernet Branca e di altri ricostituenti del sangue. Mancando i prodotti animali, erano i cereali a dominare l’alimentazione. Pane su tutti. Fame su tutti, fame per tutti. Si mangiava sul posto di lavoro, in piedi, “grossi pezzi di pane o di polenta con cipolle e l’aglio oppure, nei casi migliori, con sardelle o alici o un’aringa” (4). Pane, pane, pane: “Si inzuppava nel latte la mattina, si inzuppava nel sugo a mezzogiorno, si inzuppava nel brodo la sera, si inzuppava persino nel vino. Si mangiava pane e marmellata, pane e pomodoro, pane e frittata, pane e olio, pane e verdura. Guai a giocare col pane tavola, guai insomma a sprecarlo” (5).

 

Il giro di boa si ebbe dopo gli anni Cinquanta. La guerra era finita, il peggio era finito, soprattutto la fame era finita. Arrivarono i supermercati, con disponibilità di cibo praticamente illimitata. Qualunque alimento, in qualunque quantità, in qualunque periodo dell’anno e a qualunque ora del giorno. E iniziò l’opulenza. Le facce scavate presero a riempirsi, la pappagorgia e la pancia diventarono sinonimo di status agiato, un modo per lasciarsi definitivamente il passato alle spalle. Le locandine di molti film cercavano in fondo di rappresentare una società che voleva dimenticare la fame e la sofferenza imposte dalla guerra.

Poi, come sempre accade dopo le abbuffate, subentrò una sorta di senso di nausea per tutta quell’abbondanza. E allora scattò il rebound: tutti alla ricerca del passato! In vacanza, nelle gite, nei weekend, si scatenò la corsa alla ricerca del “mondo perduto”, dei sapori di una volta, dei piatti caserecci, degli agriturismo, della pasta e fagioli.

 

Ma neanche il tempo di una generazione, ci si accorse di dover fare i conti con una nuova realtà: quel grasso non era più così bello. Quei doppimenti e quelle pance divennero fuori moda, antiestetici, goffi. Si cominciò ad avere problemi con il colesterolo, i trigliceridi, la glicemia... E dacché si bramava il cibo, ci si ritrovò a sognare di dimagrire.


Fu allora che prese piede la follia collettiva per le diete e la credenza a qualunque artificio promettesse di risolvere il problema: vitamine, sudorine, creme, cremine, anfetamine, pappe omogeinizzate, pappereali, ginseng, guaranà, bacche dell’Amazzonia, crackers integrativi… La stessa Ferro China Bisleri, da medicinale, venne riciclata come “aperitivo tonico ricostituente” adatto a “ritemprare gli atleti”. Tutti divennero pazzi per le tagliatelle al mirtillo o per il risotto al kiwi. La crusca, prodotto talmente di scarto che prima si dava agli animali, ora diventò ricercatissima. Paradossalmente, proprio a noi che eravamo appena usciti dall’inedia, vennero rifilati alimenti pubblicizzati come “il modo più piacevole per far passare la fame senza inutili imposizioni e sbalzi d’umore”. 

 

Alla fine per fortuna arrivò Ancel Keys, che con la sua dieta mediterranea riuscì per un po’ a sconfiggere buona parte dei timori e a farci riprendere a mangiare i cibi che fanno parte del nostro corredo genetico di mediterranei. Scoprì le trattorie italiane. Il nostro pane. Il nostro vino. Il nostro sangue. 

Ma anche questo non durò molto, perché presto, oltre ad esagerare con le quantità, arrivò una pioggia di ingredienti mai visti prima: zuccheri e grassi trattati industrialmente (sciroppo di glucosio, sciroppo di glucosio-fruttosio, sciroppo di mais, zucchero invertito, grassi idrogenati), carne da animali allevati artificialmente. Si tornò a ingrassare, pretesto per l’ascesa di nuovi invasati che invocavano il ritorno ad un passato ancora più passato: il paleolitico.  

Aspettando i nuovi folli… 

 

 

 

 

BIBLIOGRAFIA

 

1. Roatta GB, Appunti statistici sulla mortalità per tubercolosi e per tutte le cause nella città di Firenze dal 1887 al 1987, in Igiene delle abitazioni e diffusione della tubercolosi, 93, Firenze, 1938.
2. Accame G, Storia della repubblica da De Gasperi a Moro. Parte prima 1945- 1958, Ipsoa, Milano, 63, 1982.
3. Loriga G, Manuale di igiene ed assistenza sociale ad uso delle scuole medie e delle persone colte, Luzzati, Roma, 1923.
4. Sorcinelli P, Gli italiani e il cibo, Bruno Mondadori, 1999.
5. Mafai M, Pane nero, 78-79, 2008.

 

 

 

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