Ortoressia

 

 

Il termine “ortoressia” deriva dal greco orthos (corretto) e orexis (appetito). È un problema abbastanza recente, tanto che in letteratura si trova ancora molto poco sull’argomento: difatti, non è stata tuttora riconosciuta ufficialmente dal mondo scientifico (1).

 

Il problema è stato portato alla luce da un ex-ortoressico (2), il medico Steven Bratman (in foto), che era giunto a riconoscere in molti suoi comportamenti una sorta di dipendenza maniacale: non consumava i propri pasti se non nel silenzio più assoluto, stava ben attento a non alzarsi da tavola sazio, non mangiava una verdura se questa era stata colta da più di quindici minuti, deglutiva il boccone solo dopo averlo masticato per più di cinquanta volte, viveva nel terrore che il cibo “sbagliato” potesse farlo irrimediabilmente ammalare. In questo modo arrivò a definire questa nuova forma patologica, proponendo un test per la sua identificazione.

 

 

 

Le tre sorelle

L’ortoressia, come l’anoressia e la bulimia, ambisce dunque a rientrare tra i disturbi del comportamento alimentare (DCA). A differenza delle altre due, essa è caratterizzata da una focalizzazione dell'attenzione sulla qualità del cibo, piuttosto che sulla quantità, come avviene (in difetto) per l’anoressia o (in eccesso) per la bulimia.

 

In virtù di ciò, fenomeni alimentari più o meno recenti, quali “mucca pazza”, cibi transgenici, organismi geneticamente modificati (OGM), eccessivo utilizzo di pesticidi, influenza aviaria, pesci al mercurio, hanno trovato terreno fertile per poter amplificare questa nuova fobia. Che malattia resta, sia chiaro. Il punto è che l’“igiene alimentare” degli atleti (quando saggiamente applicata) non può essere grettamente confusa con quella che - senza dubbio - patologia è. 

 

 

Pensiero ortoressico

Il pensiero di un ortoressico si esprime tipicamente in questi termini: “Il mio stile di vita è l’unica via corretta per stare in salute; tutti gli altri sbagliano. È una via molto dura e occorre avere una personalità estremamente forte per seguirla. Bisogna essere sempre rigidi sulle proprie posizioni: niente sgarri; mai! Chi mangia male non è degno della mia compagnia: per questo mangio sempre a casa, da solo, e se dovesse mai capitare di dover mangiare fuori, devo trovare il mio cibo, altrimenti preferisco non mangiare”.

 

Tutto di solito inizia seguendo un qualsiasi regime alimentare, per i fini più disparati: migliorare la propria salute, dimagrire, trattare una qualche patologia. L’attenzione verso l’alimentazione cresce poi sempre di più, fino a divenire maniacale, portando conseguentemente a drastiche restrizioni. Questa ossessione per il cibo, gradualmente e inconsciamente, conduce al progressivo allontanamento dagli altri (affetti compresi), con perdita dei rapporti sociali ed insoddisfazione affettiva: tutto ciò non fa altro che favorire ulteriormente l’ossessione verso il cibo (3), finché la dieta diviene l’unica ragione di vita.

 
 

Perché un atleta non è un ortoressico

Nell’accezione più estesa, comunque, l’ortoressia non si limita unicamente all’attenzione verso il cibo “sano”, ma abbraccia anche le eccessive premure verso il proprio corpo. Ed ecco allora trovare nell’atleta il prototipo ideale di ortoressico. Questo può anche accadere, siamo d’accordo, quello che però vorrei non succedesse è il solito, automatico, fraudolento e superficiale accostamento della figura dell’atleta con quello di un soggetto che - lui sì – ha indubbiamente dei problemi di natura psichica.

Ci sono differenze manifeste e sostanziali tra un ortoressico e un atleta. Dissonanze che, evidentemente, chi pone sullo stesso piano i due soggetti, disconosce. Cerchiamo di evidenziare brevemente le più palesi.

 

    1 - Ipocondria

L’ortoressico ha paura di ammalarsi ed essere più esposto alle varie patologie: questa è una differenza importante con l’atleta, che, tipicamente, non ha di questi timori infondati (anzi, c’è da considerare il fatto che spesso un atleta ricorre a sostanze – leggi farmaci – che tutto sono fuorché salutari).

 

 2 - Regole ferree

L’ortoressico è convinto che il suo stato di benessere dipenda in modo esclusivo dall’alimentazione e su questo principio sviluppa una serie di regole estremamente ferree che, se violatecomportano un forte senso di colpa e di profonda frustrazione.

 

Tali sentimenti, come in un circolo vizioso, inducono il soggetto ad inasprire ulteriormente le proprie regole alimentari. Così, con lo scopo di non “sbagliare” cibo, l’ortoressico ricerca ossessivamente le componenti nutrizionali degli alimenti e le loro caratteristiche. E all’angosciosa ricerca del cibo “giusto” dedica la quasi totalità del suo tempo.

 

È vero, molti atleti assumono spesso un tale tipo di comportamento alimentare e credo che allora si possa sospettare una condizione ortoressica. Ma, ripeto, ritengo che l’attenzione (anche meticolosa) nel quotidiano verso ciò che si introduce per via alimentare, non solo non debba essere minimamente scambiata per una forma di patologia, quanto dovrebbe essere assunta a paradigma comportamentale dalla popolazione generale. E ciò non significa assolutamente dover pensare all’alimentazione 24 ore al giorno. L’atleta, poi, ha bisogno di ancor meno tempo: la sua cultura alimentare è talmente radicata che il gesto viene quasi “naturale” e l’inconscio lo indirizza verso la nutrizione più corretta.

 

 3 - Maleducazione alimentare

L’ortoressico preferisce “morire di fame” piuttosto che mangiare cibi che ritenga dannosi e, col proposito di non “sbagliare” alimento, conosce meticolosamente la percentuale di nutrienti presenti negli stessi. Far divenire tutto ciò la propria unica ragione di vita è senza ombra di dubbio sinonimo di patologia, ma, visto l’attuale radicato malcostume alimentare (confermato dalla crescita esponenziale di fenomeni come obesità e diabete), ritengo che l’educazione alimentare dovrebbe essere un obiettivo da perseguire sin dalle scuole dell’obbligo (e invece non viene affatto insegnata in alcun istituto di ogni ordine e grado!).

 

La maggior parte di noi disconosce le nozioni basilari della nutrizione più elementare, come il contenuto (qualitativo e quantitativo) di macronutrienti negli alimenti di uso comune. E pensare che c’è chi questa (rara) cultura la ritiene un prodromo patologico…

 

Conclusioni

Avendone criticato molti aspetti, non vorrei essere stato frainteso, perciò ribadisco: l’ortoressia esiste. Ma solo quando ogni altro desiderio o interesse (es. sessuale, lavorativo) al di là del cibo viene ad essere secondario o totalmente ignorato, se ne dovrebbe teorizzare l'esistenza. Allora - e solo allora - si potranno ipotizzare (ed eventualmente indagare) problematiche della personalità (insicurezza, scarsa autostima ecc.). 

 

Certo, anche nei casi più lievi il pericolo è in agguato, soprattutto in considerazione del fatto che molti tra gli attuali modelli alimentari sono “ortoressizzanti”. Ecco perché drizzo le orecchie quando qualche paziente mi pone davanti al fatto compiuto che 100 g di fesa di tacchino femmina contengono ben un grammo di proteine in più rispetto alla stessa quantità di petto di pollo (maschio). E, conscio della grossa responsabilità che ho nel mio ruolo di dietista, so di dover stare molto attento a che le mie indicazioni non diventino regole assolutamente imprescindibili. D’altronde, però, il problema non può essere affrontato col presupposto che conoscere la composizione degli alimenti o ricercare il cibo più sano, sia patologico. Tanto meno definendo ortoressico un atleta.

È anche vero che molti atleti esasperano la propria immagine, la propria condizione, volendone a tutti i costi evidenziare la differenza col resto della popolazione, quasi a voler dire: “guarda che io sono ben diverso da te… io sono disposto ad affrontare qualsiasi sacrificio per aver questo corpo e se questo significa mangiare sempre “pulito”, io sono in grado di farlo, tu no: ergo, io sono migliore di te e tu non potresti mai essere come me.” Questa è ortoressia e va curata. Allo stesso tempo, anche il pensare che “riso e petto di pollo” siano gli unici alimenti “sani” e “puliti” è un comportamento da sradicare con tutte le forze.

 

Tuttavia, è da considerare “fisiologico” che un atleta, quando ricerchi per un determinato periodo la massima forma fisica, attraversi periodi transitoriamente ortoressici e quindi possa trovarsi in condizioni da “dover” - come ho fatto anch’io ad un mese da una competizione - soffiare sulle candeline della propria torta di compleanno, ma non mangiarne.  In conclusione, chi persegue una corretta via nutrizionale per migliorare il proprio benessere psicofisico non può essere definito ortoressico.

 

“Il male non è ciò che entra nella bocca di un uomo, ma ciò che ne esce”. (Sacre Scritture)

 

 

 

 

 

 

BIBLIOGRAFIA

 

1. Catalina Zamora ML, Bote Bonaechea B, Garcia Sanchez F, Rios Rial B, Orthorexia nervosa. A new eating behavior disorder?, Actas Esp Psiquiatr, 33 (1), 66-68, 2005.

 

2. Bratman S, Knight D, In: Health food junkies, Broadway Books, New York, 2000.

 

3. Donini LM et al, Orthorexia nervosa: a preliminary study with a proposal for diagnosis and an attempt to measure the dimension of the phenomenon, Eat Weight Disord, 9 (2), 151-157, 2004.

 

 

 

 

 

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