Un giorno ideale per i pescibanana

 

L'insostenibile leggerezza di un rutto

 


 

Diciassette gradi fuori, e un silenzio irreale dentro. Alle sei e trentaquattro di un martedì mattina. Jeremy si alzò. Fece colazione. Si preparò. Guardò fuori. Sempre diciassette gradi. Poi guardò dentro. Sempre silenzio. Prese il suo diario e ci scrisse su: «Vorrei solo parlare con qualcuno». Poi andò nella stanza dei genitori. Dormivano. Suo padre non aveva mai prestato attenzione al fatto che la madre non si preoccupasse. Prese il necessario. Mise tutto nello zaino. Scese le scale e uscì dall’indifferenza di dentro per immergersi in quella di fuori. Arrivò in ritardo quella mattina, e gli fu chiesto di presentare un permesso. Jeremy guardò fuori i diciassette gradi, abbassò lo sguardo, si girò e uscì senza dire una parola. Avrebbe voluto solo parlare. 

Si procurò il permesso e ritornò con un’amica per mano. Attraversò la classe, camminando piano tra le fila dei banchi. A metà, rallentò. Guardò fuori. Niente di nuovo. Sempre diciassette gradi. Poi riprese a camminare lento. Arrivò alla cattedra. Si fermò. Voltò lo sguardo verso i compagni. Poi verso Lisa. Poi afferrò l’amica e finalmente parlò: «Ecco ciò per cui sono venuto». E ritornò custode di ciò che era prima di diventare. Un ragazzo veramente calmo, dicono gli amici. Una persona veramente educata, dicono i vicini. Diciassette gradi fuori, e un silenzio irreale dentro. Alle nove e quarantasei di un martedì mattina. E nel mezzo uno sparo. «È questo il modo in cui finisce il mondo, non con uno schianto ma con un lamento».

 

Burp. 

 

 


 

 

 

 

 

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