Dr. Giuseppe Musolino

 

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La Carne e lo Spirito.

 


 

Maudit

L’alcol ha avuto nei secoli un’infinita serie di illustri discepoli. Sterminata. Rimbaud, Verlaine, Rabelais, Baudelaire, Hemingway, Kerouac, Lowry, Fante. Bukowski. Giusto per citare la sola letteratura. Della musica neanche inizio ad accennare. Vittime, che cercarono di annegare i propri demoni. Probabilmente, tutta questa gente sarebbe rimasta sconosciuta se non avesse accompagnato la stesura delle proprie opere a massicce dosi d’alcol. Finanche il padre della dieta mediterranea, Ancel Keys, ebbe un suo periodo alcolico. Prima di approdare sulle nostre coste, infatti, peregrinò a lungo per il mondo; fu anche oliatore a bordo della S.S. President Wilson, verso la Cina, e di quel periodo ebbe a ricordare in seguito: “La dieta si basava soprattutto sull'alcol: io non ricordo di aver mangiato qualcosa”.

Ma i tempi in cui “Jimbo” si ubriacava per scrivere o “Hank” per leggere, sono irrimediabilmente lontani. Oggi l’alcol sta facendo altre fini.

 

 

Whisky a Go Go

Bere bevande alcoliche al posto del mangiare. Questo sì che è trendy! Negli anni 80 sarebbe stato “ganzo” e nei 90 “figo”. Oggi è trendy. E anche un po’ fashion, diciamo la verità. Poi, bere per non mangiare o non mangiare per bere è qualcosa di veramente cool. È la moda del 2008, anzi del “due zero zero otto”. Quella dei dj resident e delle door-selection. Quella dei lounge bar e delle luxury location, quei posti dove l’ingresso costa 50 €, ma con la consumazione gratis! Gratis?! Io per quel prezzo pretendo di avere anche una quota societaria del locale, altro che consumazione! Loro no, loro non distinguono il vino dall’aceto, ma vogliono il mojito, il daiquiri, la caipirinha. E mica uno. Si sbronzerebbero con un Mon Chéri, ma vogliono la “drink card”. Poi non vedono una quercia secolare piantata lì da chissà quale incosciente e… Enjoy! Ok, basta Spirito. Tanto più che per far ridere ci vogliono i tempi giusti. E questo non è affatto il tempo giusto. Difatti, non c’è niente da ridere.

 

 

 

Union Jack Daniel’s

Drunkorexia, questo il termine coniato dai giornalisti del New York Times per definire quei casi in cui l’abuso d’alcol si associa all’astensione dal cibo. Una via di mezzo tra l’ubriachezza e l’anoressia. Si è ancora nella fasi iniziali dell’osservazione del fenomeno, per cui, come tanti altri disturbi alimentari finora individuati, non è ancora una patologia riconosciuta dalla comunità scientifica ufficiale.

Dapprima ha preso piede nei pub americani, ora si va diffondendo anche nel Regno Unito, dove sta diventando una vera questione sociale, soprattutto tra i più giovani, che vedono il bere come un gioco, un modo per sentirsi parte di un gruppo. Di più, avvertono il bere come un dovere, insieme all’obbligo di essere magri. Così molti scoprono che il solo modo per poter combinare le due cose, altrimenti difficilmente conciliabili, è sostituire il cibo con l’alcol.

Dunque, si possono determinare due situazioni: si beve per non mangiare (questione anoressica) oppure non si mangia per poter bere (questione sociale).

 

 

Bere per non mangiare

Al pari di altri disturbi, come anoressia e bulimia, anche la drunkorexia origina da un’eccessiva preoccupazione per il proprio peso corporeo e dal desiderio di essere il più magri possibile.

La correlazione tra disordini alimentari e alcolismo era già nota da tempo (1, 2, 3, 4, 5, 6): l’alcol, ad esempio, accompagna sovente il percorso delle persone bulimiche, che lo usano come compenso (purging) alle loro abbuffate (7, 8). Oggi contrariamente a quanto si riteneva fino a poco tempo fa (9), questo comportamento va sposandosi anche con l’anoressia. Alcune anoressiche, che tendenzialmente evitano l’alcol come la peste per via dell’alto contenuto calorico, sono infatti disposte a chiudere un occhio sul contenuto calorico degli alcolici, perché questi sono in grado di calmare l’ansia (10, 11, 12) di dover assumere cibo (l’alcol procura un senso di sazietà)  o quella di aver mangiato troppo (meglio, qualcosa) o più spesso perché consente di attuare il sopraccitato purging (autoinduzione del vomito), tanto caro alle persone con disturbi del comportamento alimentare. Capita così che molte donne ossessionate dal calcolo delle calorie, conteggiando di averne assunte troppe bevendo in una particolare occasione, cominciano ad alimentarsi sempre meno, fino ad arrivare ad avere solo le bevande alcoliche come unica fonte calorica. 

 

 

Non mangiare per bere

Pare che in America il 30% delle ragazze sia pronto a ridurre drasticamente ciò che mangia pur di poter bere liberamente la sera con gli amici senza sensi di colpa. E per far ciò, c’è chi è capace di digiunare tutto il giorno. Pare anche che in America oltre la metà delle donne preferirebbe essere magra piuttosto che intelligente.

L’ossessione per la magrezza, combinata con l’esempio di personaggi come Paris Hilton, Amy Winehouse o Britney Spears, costantemente immortalate ubriache, fa sì che molte lo considerino una moda, soprattutto le più giovani, in quell’età in cui tutto è emulazione. Comunque, anche un’abitudine nata sotto il più “ludico” aspetto sociale può evolvere con relativa facilità in manifestazione anoressica, in quanto dimagrire alla fine può divenire lo scopo principale.

 

 

Hey Jude

Le storie che seguono sono la dimostrazione di come un disturbo del comportamento alimentare quasi mai rimanga isolato, ma vada a legarsi intimamente con altri. E documentano anche come la drunkorexia non sia un fenomeno circoscritto al solo mondo adolescenziale.

Il New York Times poche settimane fa ha riportato l’esperienza di Jude, 36enne del New Jersey. Dopo un periodo anoressico, è scattato il rebound ed è diventata bulimica. Da bulimica riusciva a divorare quantità abnormi di cibo, per poi vomitare tutto. Era arrivata a spendere fino a 80 dollari al giorno. Agli attacchi bulimici, rispondeva imbottendosi di lassativi oppure praticando ore di intensa attività fisica, debilitandosi sempre più. Finché è stata ricoverata.

Nel 2001 sembrava guarita dalla bulimia, ma poco tempo dopo ha cominciato a fare uso di alcol. All’inizio, non voleva toccare bevande alcoliche perché ricche in calorie, ma poi ha ceduto perché bevendo riusciva a non ingozzarsi di cibo e perché voleva rimanere ubriaca. Dopo però ha prevalso il timore di ingrassare troppo e allora ha smesso di mangiare. Ha passato due anni in questo modo, dopodiché è stata ancora ricoverata per disidratazione acuta (l’etanolo ha un effetto diuretico). Ha così cominciato un altro programma di riabilitazione che le è costato 25mila dollari (non aveva l’assicurazione sulla salute… Michael Moore docet). Ora è sobria da tre anni ma, poiché nessuno dei programmi riabilitativi dall’alcolismo comprendeva il trattamento del disturbo alimentare, è risubentrata la bulimia, con la quale sta ancora lottando.

Oggi ha una bambina: “Ora ho una scusa per mangiare”. Dice di aver avuto la malattia del “di più: voleva “di più”, qualunque cosa fosse, e ancora oggi confessa che la tentazione del “binge & purging la perseguita ancora.  

 

 

Jane’s addiction

Jane, 27enne dell’Ohio, come Jude ha combattuto prima con l’anoressia e poi con l’alcol. Da anoressica, più di una volta era arrivata a perdere i sensi per la mancanza di cibo. “Non avevo neppure l’energia per ridere”, ricorda. L’alcol, infatti, può causare ipoglicemia (viene inibita la neoglucogenesi), interferendo con l’abilità del fegato di rifornire di zuccheri i tessuti (specialmente il cervello) e determinando così una condizione di costante debolezza.

Jane si affamava durante i turni di lavoro, guardando con ansia l’orologio per controllare quanto mancasse a potersi fare il primo drink. Bere la rilassava quando doveva mangiare di fronte ad altre persone, enorme fonte per lei di stress e di vergogna. Finché anche lei ha smesso di mangiare e l’alcol è diventato l’unica fonte alimentare. “L‘alcol è probabilmente quello che mi ha permesso di mantenere un po’ di peso”, ha affermato in un’intervista.

Oggi ha concluso il trattamento e ce la fa di nuovo a sorridere: “Non vivrò la mia vita in questo modo. Questa volta ho imparato a non vergognarmi. Voglio amarmi e perdonarmi”.

 

 

“J” accuse

Sui siti internet ci si lancia in confronti calorici tra bevande alcoliche e alimenti: “Un bicchierino di whisky scozzese contiene 125 calorie. Un Big Mac 560 […] Dunque, per fare un hamburger occorrono quasi cinque bicchierini di whisky […]”. Fosse così semplice! Purtroppo, questi discorsi rischiano di essere fuorvianti e ingannevoli, soprattutto per un soggetto tendente a comportamenti anoressici. Se le calorie si equivalessero, il conteggio non farebbe una piega. Ma poiché “una caloria NON è una caloria”, l’introito calorico non sarà affatto uguale. L’apporto energetico derivante dall’alcol è praticamente privo di qualsivoglia nutriente fondamentale, per cui il rischio più immediato sarà quello della malnutrizione, accompagnato ad un ipercatabolismo che depaupererà abbastanza rapidamente la massa magra a vantaggio del grasso, col risultato di un corpo flaccido e debole. Questa è una differenza fondamentale con l’anoressia, in cui la figura diventa invece sempre più “ossuta”, mantenendo nonostante tutto un buon livello di energia e di euforia (perlomeno fino a un certo periodo della malattia).

Inoltre, la depressione che deriva da un tale quadro autoalimenta un circolo in cui si mangia sempre meno e si beve sempre più. Il rischio aggiuntivo, come testimoniano le storie di Jude e Jane, è che dopo vari anni tentati a star dietro alla dieta, il soggetto ne possa abbandonare definitivamente ogni proposito, piombando nella bulimia e aumentando notevolmente il suo peso; ma a quel punto la dipendenza dall’alcol sarà già radicata e allora non ci si troverà più di fronte ad un drunkoressico, ma ad un “normale” alcolista in sovrappeso.

 

 

  

Postumi

Consumato nelle giuste quantità, l’alcol ha effetti certamente positivi (diminuisce il rischio di malattie cardiovascolari; alza i livelli di HDL; abbassa la pressione; mantiene fluido il sangue, riducendo il rischio di coaguli). Eccedendo nelle dosi, però, le proprietà benefiche svaniscono e subentrano quelle negative. L’abuso di alcol ha profondi effetti sull’umore (13) e, al pari di quello di droga, è notoriamente associato a comportamenti maniaco-depressivi con casi di suicidio (14, 15, 16, 17, 18). Gli adolescenti sono particolarmente esposti a questo rischio (13). E il sesso femminile è esposto a rischio ancora maggiore di quello maschile (è stato stimato che due anni di assunzione di alcolici da parte di una donna equivalgano a circa dieci di un uomo), in primo luogo perché hanno più grasso (che assorbe quindi più alcol) e poi perché producono meno enzimi deputati al metabolismo dell’alcol, esponendosi a maggior rischio di patologie come cirrosi, osteoporosi, alterazioni cardiache, amenorrea, tumore della mammella.

 

 

In fondo alla boccia

Al di là del puro aspetto nutrizionale, l'alcol è un problema sociale serio. Sulle nostre strade si continua a morire a causa di incoscienti che, in quelle condizioni, non dovrebbero guidare nemmeno alla playstation. Le pene, poi, sono ridicole. Se un ubriaco alla guida uccide una persona risponde di omicidio colposo, e non volontario (l’ipotesi di omicidio volontario non può nella fattispecie rientrare tra le figure di reato previste dal nostro codice penale): il suo avvocato patteggerà la pena e, se incensurato (come spesso accade), godrà degli sconti previsti dalle legge. Morale: difficilmente andrà dentro.

Allo stesso modo, anche certe misure cautelative fanno sorridere. La decurtazione dei punti dalla patente ha dimostrato di essere semplicemente uno strumento terroristico, e non preventivo. Proibire la vendita di alcolici ai minorenni ha solo costituito una sfida per i ragazzi, che trovano ugualmente il modo di procurarsi le bevande, come conferma l’aumento dell’abuso di alcol al di sotto dei 15 anni. Anche il divieto di vendere alcolici dopo le 2:00 è stato solo un altro inutile strumento di repressione, perché chi vuole bere può farlo prima di quell’ora, oppure si porta le bevande da casa, oppure fa scorta di alcolici prima delle 2:00, oppure li compra al chiosco ambulante fuori dai locali, oppure...

Non è solo la certezza della pena che manca in Italia: mancano primariamente delle leggi serie, che poi vengano applicate in modo certo. Ma per il momento ci sono cose più importanti a cui pensare: le intercettazioni telefoniche, la pirateria informatica, l’assenteismo sul lavoro, il ritorno dei grembiuli nelle scuole…

E intanto lei ansimerà a terra le sue ultime parole.

Aveva ragione Montanelli: noi italiani siamo delle pecore anarchiche.

Anch’io: nera, però.

 

κατα τον δαιμονα εαυτου  

 

 

 

 

 

ALCOLGRAFIA

 

 

1. Brisman J, Siegel M, Bulimia and alcoholism: two sides of the same coin? J Subst Abuse Treat, 1, 113–118, 1984.

 

2. Mitchell JE, Hatsukami D, Eckert ED, Pyle RL, Characteristics of 275 patients with bulimia, Am J Psychiatry, 142, 482–485, 1985.

 

3. Beary MD, Lacey JH, Merry J, Alcoholism and eating disorders in women of fertile age, Br J Addict, 81, 685–689, 1986.

 

4. Hudson JI, Pope HG Jr, Yurgelun-Todd D, Jonas JM, Frankenburg FR. A controlled study of lifetime prevalence of affective and other psychiatric disorders in bulimic outpatients, Am J Psychiatry, 144, 1283–1287, 1987.

 

5. Hall RC, Beresford TP, Wooley B, Tice L, Hall AK, Covert drug abuse in patients with eating disorders, Psych Med, 7, 247–255, 1989.

 

6. Holderness CC, Brooks-Gunn J, Warren MP. Co-morbidity of eating disorders and substance abuse review of the literature, Int J Eat Disord, 16, 1–34, 1994.

 

7. Conason AH, Sher L, Alcohol use in adolescents with eating disorders, Int J Adolesc Med Health, 18 (1), 31-36, 2006.

 

8. Conason AH, Brunstein Klomek A, Sher L, Recognizing alcohol and drug abuse in patients with eating disorders, QJM, 99 (5), 335-339, 2006.

 

9. Stock SL, Goldberg E, Corbett S, Katzman DK, Substance use in female adolescents with eating disorders, J Adolesc Health, 31, 176–182, 2002.

 

10. Pilkonis PA, Feldman H, Himmelhoch J, Social anxiety and substance abuse in affective disorders, Compr Psychiatry, 22, 451–457, 1981.

 

11. Striegel-Moore RH, Silberstein LR, Rodin J, The social self in bulimia nervosa: public self-consciousness, social anxiety, and perceived fraudulence, J Abnorm Psychol, 102, 297–303, 1993.

 

12. Strober M, The significance of bulimia in juvenile anorexia nervosa: an exploration of possible etiologic factors, Int J Eat Disord, 1, 28–43, 1981.

 

13. Erinoff L, Compton WM, Volkow ND, Drug abuse and suicidal behaviour, Drug Alcohol Depend, 76, Suppl, 1–2, 2004.

 

14. Erinoff L et al, Overview of workshop on drug abuse and suicidal behaviour, Drug Alcohol Depend, 76, Suppl, 3–9, 2004.

 

15. Sher L et al, The relationship of aggression to suicidal behavior in depressed patients with a history of alcoholism, Addict Behav, 30, 1144–1153, 2005.

 

16. Rossow I, Romelsjo A, Leifman H, Alcohol abuse and suicidal behaviour in young and middle aged men: differentiating between attempted and completed suicide, Addiction, 94, 1199–1207, 1999.

 

17. Schottenfeld RS, Pantalon MV, Assessment of the patient. In Galanter M and Kleber HD (Eds.). Textbook of substance abuse treatment, Washington DC, American Psychiatric Press, 109, 1999.

 

18. Sobell LC, Agrawal S, Sobell MB, Factors affecting agreement between alcohol abusers’ and their collaterals’ reports, J Stud Alcohol, 58, 405–413, 1997.