Il mistero della Venere obesa

 

L'obesità nel paleolitico

 

 

 

La favola dell’uomo paleolitico magro ha delle falle enormi. In realtà è proprio in quel periodo (in particolar modo nel cosiddetto paleolitico “superiore”, cioè la sua ultima fase) che abbiamo “imparato” ad accumulare grasso. Ne sono testimonianza le centinaia di statuette di Venere riproducenti donne notevolmente in sovrappeso, a cui nessuno finora è riuscito a dare una spiegazione definitiva.

 

Si prova a fornirne una. 

 

Il periodo paleolitico si è caratterizzato per il discontinuo accesso al cibo. Ciò ha avuto un enorme impatto sul metabolismo.

 

Mentre l’individuo del Miocene risiedeva nella foresta e mangiava essenzialmente zuccheri (foglie tenere e frutti maturi) utilizzandoli subito in una costante mobilità arborea, l’uomo del paleolitico si muoveva nella savana e viveva di occasionali pasti carnei frammisti a lunghi periodi di semidigiuno, per cui pur praticando anch’egli una notevole attività fisica (caccia e cammino) necessitava di ottenere zuccheri da fonti non glucidiche, cioè dalla carne o dai suoi stessi muscoli (neoglucogenesi). 

 

Questo ha trasformato il soggetto insulino-sensibile uscito dalle foreste in insulino-resistente.

 

Tale alternanza di lunghi digiuni e abbondanti pasti carnivori è stata la causa dei nostri attuali problemi col peso.

 

Perché?

 

Durante il digiuno, il tessuto adiposo (soprattutto quello viscerale) libera i propri acidi grassi per fornire energia all’organismo. Gli acidi grassi ostacolano il lavoro dell’insulina, rendendola meno efficace nel far entrare il glucosio nelle cellule muscolari (parliamo del muscolo a riposo, perché quello sotto contrazione utilizza lo zucchero senza l’ausilio dell’insulina). Si viene a determinare cioè la cosiddetta “resistenza insulinica”, da cui deriva probabile iperglicemia e iperinsulinemia. 

 

A questo punto, se non fosse intervenuto un meccanismo alternativo, avremmo corso il rischio di diventare tutti diabetici. Per fortuna il meccanismo intervenne, e fu quello di far sì che l’insulina portasse il glucosio in altri distretti, ossia il tessuto adiposo, che è l'ultimo a sviluppare insulino-resistenza. In questo modo l’evoluzione selezionò un genotipo capace di indirizzare il glucosio non solo verso i muscoli ma anche verso il grasso.

 

Questo ha avuto enormi conseguenze sull'evoluzione.

 

Innanzitutto fummo in grado di conservare energia in forma condensata, fondamentale per superare i momenti di carestia e per la resistenza al freddo nelle Ere glaciali. Inoltre nei depositi di grasso riuscimmo a conservare vitamine liposolubili, come la A e la E, meno disponibili nella savana rispetto alla vita di foresta. 

 

Infine, le donne riuscirono a portare a termine più gestazioni e più allattamenti, favorendo così l’aspetto cardine dell’evoluzione: la fertilità della specie.

 

Ma c’è una grande differenza tra il grasso accumulato nel paleolitico e quello attuale. Il primo era essenzialmente di tipo sottocutaneo e non si accompagnava a riduzione della massa magra per via della grande quantità di attività fisica praticata (anche per il semplice nomadismo); quello attuale è invece per gran parte di origine viscerale, a causa della grande sedentarietà che comporta perdita di massa muscolare (sarcopenia).

 

La prima può dunque essere paradossalmente considerata un’“obesità salutare” perché propizia al successo riproduttivo della specie, l’altra invece ci pone a rischio di estinzione. 

 

 

Le Veneri di Avdeevo (Russia) dimostrano il passaggio dal peso normale al sovrappeso e all'obesità.

 

 

 

 

 

 

 

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