Jekyll & Hyde

L'ambivalenza nei disturbi alimentari

 

 

Nell’immaginario comune, Jekyll e Hyde sono la rappresentazione forse più classica del concetto di ambivalenza.

 

Ambivalenza è un termine che caratterizza il sentirsi tirati da due forze contrapposte. È una caratteristica costitutiva degli esseri umani, che spesso sono combattuti tra paura e desiderio, attrazione e avversione, amore e odio. Essere o non essere?  

Il tema del doppio è stato molto trattato in letteratura. A parte Jekyll e Hyde, stessa persona in cui si alternano bene e male, c’è il caso di Dorian Gray che stringe un patto col diavolo per far invecchiare il dipinto al posto suo, delineando così un dualismo tra essere e sembrare, tra dover invecchiare e voler rimanere sempre giovani.

 

Nell’ambito dei disturbi alimentari è una peculiarità costante. È come se ci fossero due identità nella stessa persona: una vorrebbe curarsi, l’altra no; una vorrebbe guarire, l’altra ne ha timore. Un giorno Jekyll, un giorno Hyde.

L’ambivalenza si riscontra ad esempio verso il terapeuta, a volte amato, a volte visto come una minaccia e osteggiato; condizione che rende molto difficile la costruzione di un legame solido.

 

Pure la famiglia manifesta ambivalenza, agendo come se conoscesse solo due possibili atteggiamenti: quello delle suppliche (“Ti prego, mangia”) e quello delle minacce (“Se non mangi…”).

 

La ragazza stessa si trova costretta in una morsa sociale ambivalente in una società che da un lato le offre cibo in continuazione e dall’altro le chiede di essere sempre magra.

 

La famiglia può manifestare ambivalenza anche attraverso altri comportamenti. Alcuni genitori ad esempio alternano gesti affettuosi ad altri improvvisamente aggressivi oppure diventano assenti.

 

Il bambino può introiettare un atteggiamento simile e riprodurlo nella propria quotidianità. In questo modo a lungo andare potrà venire meno la fiducia nell'altro, perché se non sono stati capaci i genitori di dare fiducia, figurarsi gli altri. E allora l'emotività potrà essere sostituita da un controllo sempre più rigido, che il ragazzo potrà riversare nell'alimentazione con l'intento di alleviare il malessere psichico in cui è sprofondato.  

Le figure genitoriali sono cambiate. Il padre degli anni Cinquanta, duro, freddo, autoritario al limite dell’anaffettività è stato sostituito da una figura sempre più maternalizzata e immatura. Il fenomeno dell'adultescenza è sotto gli occhi di tutti: un'adolescenza che dura fino ai 20 anni e una post-adolescenza che si protrae anche oltre ai 35. 

 

Il compito dell’adolescente è uccidere metaforicamente il padre. Davanti a un'immagine paterna del genere, invece, il ragazzo non riesce a prendere le distanze, a ribellarsi, a voler scappare di casa. Genitori troppo presi da loro stessi, dal non volere invecchiare, che abbisognano più dei figli dei riconoscimenti e degli apprezzamenti altrui. I confini generazionali si sono sempre più attenuati e padri e figli possono trovarsi a vivere nello stesso periodo di transizione. Questo è un forte alimentatore del disagio giovanile. Di nuovo, il ragazzo potrà introiettare un atteggiamento analogo e riprodurlo come proprio nell'età adulta. Da Edipo a Narciso. 

 

Sono patologie psichiche, il cervello perde lucidità, va in sofferenza. Le ragazze trascorrono le giornate meditando, dicono di non riuscire a fare altro. In realtà non fanno altro che rimuginare sul corpo e sul cibo. L’ansia monta a livelli insostenibili, il pensiero diventa dicotomico e il mondo si scinde in due: buoni e cattivi, giusti e sbagliati, belli e brutti, grassi e magri.

 

E insieme all’ambivalenza inizia la negazione:

- “non è vero che non mangio
- “non è vero che sono magra
- “non è vero che faccio troppa attività fisica

 

Un tentativo di nascondere il disagio, che non fa altro che confermare l’assenza di consapevolezza della malattia e ritardare le cure. 

 

A volte quello che si chiede ai pazienti è “Un po’ di buona volontà”. In realtà la volontà è l’unica cosa che non manca, è ciò che nutre pervicacemente l’anoressia. Una vita fatta di continuo senso del dovere in cui la volontà è l’arma autodistruttiva.

 

Il vero lavoro terapeutico deve mirare alla ristrutturazione dell’Io, al recupero di una nuova percezione di sé. Come dicevamo, sono patologie psichiche, perciò sarebbe fallimentare impostare una terapia incentrata solo sull’alimentazione. D’altra parte il trattamento nutrizionale è imprescindibile, perché con un peso troppo basso non c’è lucidità mentale. 

L’obiettivo terapeutico deve essere quello di far comprendere che esiste una realtà percepita e una oggettiva, che esiste una realtà che non è solo la caloria, il grammo, lo specchio. Insegnare a guardarsi con gli occhi e non con la mente. Non è un compito semplice, perché i pazienti anoressici tendono a mostrare resistenza, a essere manipolativi e oppositivi, ma è la strada da perseguire.

 

Alcuni sono spaventati all’idea di riprendersi completamente perché non vogliono provare i sentimenti che il disturbo alimentare permetteva loro di evitare. Molti si domandano: “Chi sono senza di esso?”. Per loro l’abbandono del sintomo rappresenta un dolore insostenibile.

 

Jekyll uccide Hyde, ma così facendo muore anche lui.

Dorian Gray si uccide.

È importante invece far comprendere che l’ambivalenza è un processo normale dell’essere umano, che in malattia si esacerba.

 

Bisogna arrivare al punto che la ragazza riconosca e accetti la sua ambivalenza, riuscendo a distinguere che di lei in malattia esistono due versioni, una parte sana e una parte malata. Piano piano la parte malata lascerà sempre più spazio a quella sana, ma bisogna capire che l'ambivalenza è una condizione sana di una persona sana. 

 

Quello è l’inizio del processo di guarigione.

 

 

 

Tratto dalla mia tesi per il Master di II livello in Psicobiologia della Nutrizione e del comportamento alimentare, conseguito presso l'Università di Tor Vergata di Roma.

 

 

 

 

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